L’alimentazione compulsiva descrive un’esperienza in cui mangiare sembra difficile da controllare. Non corrisponde a un’unica diagnosi. Episodi ricorrenti di abbuffate possono rientrare nel disturbo da alimentazione incontrollata, nella bulimia nervosa o in un’altra difficoltà alimentare e meritano una valutazione indipendentemente dal peso della persona. Mangiare occasionalmente in eccesso non è di per sé sufficiente a identificare un disturbo alimentare.
Come si valuta il disturbo da alimentazione incontrollata
Un’abbuffata consiste nel mangiare una quantità insolitamente elevata di cibo in un periodo limitato, con la sensazione di non riuscire a controllare che cosa o quanto si mangia. Il disturbo da alimentazione incontrollata comporta episodi ricorrenti, un marcato disagio e un andamento in cui le abbuffate non sono regolarmente seguite da comportamenti compensatori, come il vomito o il digiuno. La valutazione diagnostica considera la frequenza e la durata insieme al quadro clinico complessivo.
Una soglia diagnostica comunemente utilizzata è di almeno un episodio alla settimana per tre mesi. Anche chi presenta episodi meno frequenti può vivere difficoltà significative e non dovrebbe attendere di raggiungere una soglia prima di chiedere aiuto. Anche le condotte di eliminazione, la restrizione alimentare severa o l’esercizio fisico eccessivo richiedono una valutazione e possono indicare un altro disturbo alimentare.
Segnali che indicano la possibile utilità di un supporto
- Episodi ripetuti in cui si avverte una perdita di controllo rispetto al cibo.
- Mangiare rapidamente, oltre il punto di sazietà confortevole o di nascosto per imbarazzo.
- Disagio, vergogna o preoccupazione persistente per l’alimentazione e l’immagine corporea.
- Evitare situazioni sociali o avere difficoltà nel lavoro, nello studio o nelle relazioni a causa di preoccupazioni legate all’alimentazione.
- Cicli di restrizione alimentare seguiti da abbuffate.
Questi segnali non costituiscono un test per l’autodiagnosi. La corporatura, un singolo pasto o un tratto della personalità non possono confermare né escludere un disturbo. Le abbuffate non dimostrano una mancanza di forza di volontà e non devono indurre a presumere la presenza di un disturbo di personalità.
Perché può accadere?
I disturbi alimentari si sviluppano attraverso l’interazione di fattori biologici, psicologici e sociali. In alcune persone possono contribuire la restrizione alimentare, lo stress, lo stigma legato al peso e le difficoltà nella gestione delle emozioni. Nessuna singola esperienza, nessuno stile genitoriale né alcuna sostanza chimica cerebrale spiega tutti i casi. Altre condizioni di salute fisica e mentale possono richiedere cure parallelamente al problema alimentare.
«Dipendenza da cibo» è un’espressione usata nella ricerca e nel linguaggio quotidiano, ma non è intercambiabile con il disturbo da alimentazione incontrollata. Affermare che i comuni alimenti provochino sistematicamente la stessa dipendenza chimica e gli stessi sintomi di astinenza dell’eroina o della cocaina semplifica eccessivamente le evidenze e può favorire l’esclusione non necessaria di alcuni alimenti.
Trattamento e percorso di recupero
Un medico di medicina generale può esaminare le abitudini alimentari, la salute fisica e il benessere emotivo e predisporre un supporto specialistico. La valutazione può includere l’esame dei farmaci assunti e dell’apporto nutrizionale, analisi del sangue o altri accertamenti quando indicati. Il rischio medico e i bisogni psicologici determinano il livello di assistenza appropriato; il trattamento residenziale non è automaticamente necessario.
Per il disturbo da alimentazione incontrollata, gli approcci consolidati comprendono l’autoaiuto guidato e la terapia psicologica focalizzata sui disturbi alimentari, incluso il trattamento cognitivo-comportamentale. La terapia può affrontare i fattori scatenanti delle abbuffate, le convinzioni sull’alimentazione e sull’immagine corporea e le modalità di risposta al disagio. Un dietista con competenze nei disturbi alimentari può favorire un’alimentazione adeguata e regolare.
Il NICE raccomanda pasti e spuntini regolari e di evitare diete dimagranti durante il trattamento delle abbuffate, perché la restrizione può innescare ulteriori episodi. La perdita di peso non è l’obiettivo principale di questo trattamento psicologico. Eventuali altre preoccupazioni relative alla salute o al peso dovrebbero essere affrontate nell’ambito di un piano individuale coordinato, anziché attraverso una dieta restrittiva intrapresa autonomamente.
Il ricorso a farmaci può essere preso in considerazione in circostanze particolari o per una condizione concomitante. Non dovrebbe essere presentato come unico trattamento né come soluzione da banco per sopprimere l’appetito. È opportuno esaminare con un professionista qualificato i benefici, gli effetti indesiderati e l’indicazione prescrittiva pertinente nel contesto locale.
Prendersi cura di sé o sostenere un’altra persona
È importante chiedere aiuto tempestivamente e descrivere con parole proprie ciò che sta accadendo. Occorre evitare di compensare un’abbuffata saltando i pasti, ricorrendo a condotte di eliminazione o facendo esercizio fisico eccessivo. Nel sostenere un’altra persona, è importante concentrarsi sul suo benessere e ascoltarla senza commentarne l’aspetto, colpevolizzarla o dirle di «smettere e basta». Se lo desidera, si può offrire un aiuto pratico per organizzare un appuntamento.


