La consulenza per la salute mentale offre uno spazio professionale in cui parlare di esperienze difficili, comprendere schemi ricorrenti e lavorare verso cambiamenti significativi per sé. Le persone cercano aiuto per lutti, stress, problemi relazionali, ansia, depressione e molte altre difficoltà. Non è necessario avere una diagnosi per chiedere supporto.
I termini «counselling», «psicoterapia» e «terapia basata sul colloquio» possono sovrapporsi e il loro significato varia tra servizi e Paesi. La formazione, l’approccio e l’ambito di competenza del professionista contano più della sola denominazione. Un percorso di cura efficace inizia dalla comprensione delle esigenze della persona e dalla definizione condivisa di un piano appropriato.
Per quali difficoltà può essere utile la consulenza
La descrizione del counselling fornita dal NHS spiega che il counsellor ascolta e aiuta la persona a esplorare le proprie soluzioni. Può offrire supporto nell’affrontare emozioni difficili, lutti, malattie e problemi in famiglia, a scuola o sul lavoro. Un counsellor non dovrebbe presumere di sapere quali scelte la persona debba compiere.
Quando si sospetta un disturbo mentale, una valutazione aiuta a individuare un trattamento adeguato. Alcune difficoltà richiedono una terapia psicologica specifica, una valutazione medica, farmaci o un’assistenza coordinata. Parlare di una difficoltà può essere prezioso, ma nessuna singola forma di consulenza rappresenta il trattamento migliore per ogni condizione.
Approcci diversi rispondono a finalità diverse
La panoramica del NHS sulle terapie basate sul colloquio descrive diverse opzioni. Alcuni esempi sono:
- La terapia cognitivo-comportamentale, che esamina i legami tra pensieri, emozioni e azioni e spesso prevede esercizi tra una seduta e l’altra.
- La terapia interpersonale, che si concentra sulle relazioni e sui cambiamenti nei ruoli sociali connessi al disagio.
- Il counselling, che offre uno spazio di esplorazione delle emozioni, delle esperienze e delle scelte con il sostegno di un professionista.
- La terapia psicodinamica, che esplora schemi emotivi e relazionali ricorrenti, anche considerando come le esperienze passate possano influenzarli.
- La terapia dialettico-comportamentale, un approccio strutturato che combina accettazione e cambiamento, con abilità quali la regolazione emotiva e la gestione del disagio.
Queste descrizioni non rendono le terapie intercambiabili. Per esempio, la terapia cognitivo-comportamentale che comprende l’esposizione con prevenzione della risposta è un trattamento raccomandato per il disturbo ossessivo-compulsivo, mentre il disturbo da stress post-traumatico può richiedere un trattamento focalizzato sul trauma. È utile chiedere perché l’approccio proposto sia adatto alla propria specifica difficoltà e quali evidenze lo sostengano.
In alcuni contesti possono essere offerte attività creative o sedute assistite con animali. Le loro finalità, le evidenze disponibili e la loro idoneità dovrebbero essere spiegate separatamente; non sostituiscono automaticamente un trattamento raccomandato.
Counsellor, psicologo o psichiatra?
Diverse categorie professionali offrono terapie psicologiche. Gli psichiatri sono medici; gli psicologi clinici hanno una formazione specialistica nella valutazione e nel trattamento psicologico. Anche counsellor, psicoterapeuti, assistenti sociali e infermieri possono offrire terapie nei limiti della propria formazione e delle norme professionali locali.
Le qualifiche, i titoli professionali tutelati e l’abilitazione a formulare diagnosi variano a seconda della giurisdizione. Non si deve presumere che chiunque utilizzi il titolo di counsellor possa diagnosticare tutti i disturbi mentali, né che solo uno psichiatra possa prescrivere farmaci: anche i medici di medicina generale e alcuni altri professionisti sanitari debitamente autorizzati possono prescriverli nel proprio ambito di competenza. È utile chiedere chi effettuerà la valutazione e chi gestirà l’eventuale terapia farmacologica.
Per scegliere un counsellor privato nel Regno Unito, il NHS consiglia di consultare un registro accreditato dalla Professional Standards Authority. Negli altri Paesi, occorre verificare il registro professionale o dell’autorità di regolamentazione pertinente. Un certificato relativo a una particolare tecnica, da solo, non dimostra la competenza necessaria per trattare una condizione complessa.
Cosa accade al primo appuntamento?
Il primo colloquio riguarda generalmente i motivi che hanno portato a intraprendere la terapia, l’impatto delle difficoltà sulla vita quotidiana e ciò che si desidera cambiare. Possono essere poste domande sulla salute fisica, sui farmaci, sui trattamenti precedenti, sulle relazioni e sulla sicurezza. È possibile chiedere perché una domanda sia pertinente e comunicare al professionista la necessità di fare una pausa.
È opportuno concordare fin dall’inizio gli aspetti pratici: durata e frequenza delle sedute, costi, condizioni di cancellazione, accessibilità, esigenze linguistiche e modalità di contatto con il servizio tra gli appuntamenti. Occorre chiarire se il numero di sedute suggerito sia un piano iniziale o un limite prestabilito. La durata del trattamento dipende dall’approccio, dagli obiettivi e dalla risposta; non garantisce la guarigione entro una data specifica.
Riservatezza e consenso
Prima di condividere informazioni sensibili, è utile chiedere chi possa accedere alla documentazione clinica, se le sedute vengano registrate e come siano conservate le informazioni personali. La riservatezza ha limiti che dipendono dalla legge e dagli obblighi professionali, anche in alcune situazioni che comportano gravi rischi per la sicurezza o esigenze di tutela della persona. Il professionista dovrebbe spiegare tali limiti in termini comprensibili.
Per la consulenza in ambito lavorativo o scolastico, occorre chiarire quali informazioni, se previste, vengano condivise con il datore di lavoro o con la scuola. Per un bambino o un giovane, è utile chiedere come vengano gestiti il consenso, il coinvolgimento dei genitori e i colloqui riservati. Nel lavoro con coppie o famiglie, occorre chiarire come siano gestite le informazioni emerse nei colloqui individuali.
Se una relazione comporta controllo coercitivo o violenza, la consulenza congiunta può essere inappropriata o non sicura. Prima di prendere in considerazione sedute congiunte, è necessario chiedere indicazioni individuali per la propria sicurezza a un professionista esperto di violenza domestica. La terapia non dovrebbe attribuire a una persona la responsabilità delle scelte abusive di un’altra.
In presenza, online, individualmente o in gruppo?
La modalità più adatta dipende dalle esigenze, dalle preferenze, dalla riservatezza e dall’idoneità clinica. Il lavoro di gruppo può offrire occasioni per esercitare abilità e imparare dagli altri; le sedute individuali consentono un diverso tipo di approfondimento. Le sedute familiari o di coppia possono affrontare difficoltà condivise quando la partecipazione è appropriata e sicura. Nessuna modalità è superiore in ogni situazione.
Per gli appuntamenti online, è utile chiedere se il professionista sia autorizzato a seguire una persona nel luogo in cui ci si trova, cosa accada se la connessione si interrompe e come verrebbe organizzato un intervento urgente. Se possibile, occorre scegliere un luogo riservato e discutere le alternative qualora non sia possibile parlare in sicurezza da casa.
Come valutare i progressi
La guida alla psicoterapia del National Institute of Mental Health raccomanda di discutere gli obiettivi, le ragioni alla base del trattamento e le modalità con cui saranno valutati i progressi. Tra gli obiettivi utili potrebbero rientrare dormire con maggiore regolarità, riprendere un’attività evitata, gestire un comportamento compulsivo o comunicare un limite personale.
È importante valutare sia i benefici sia le difficoltà. La terapia può comportare emozioni spiacevoli, ma deve essere possibile esprimere preoccupazioni, manifestare disaccordo e porre domande senza intimidazioni. Se i progressi sono limitati, è opportuno discutere se la formulazione clinica, l’approccio, la frequenza o il professionista siano adeguati alle proprie esigenze. Potrebbero essere necessari un trattamento diverso o un’ulteriore valutazione medica.
Qualsiasi decisione di ridurre o sospendere un farmaco deve essere discussa con il professionista che lo prescrive. Sentirsi meglio grazie alla consulenza non è un motivo per interrompere bruscamente un farmaco.


